• Gabriele Felice

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Il diritto a ricevere un’adeguata istruzione è garantito sia a livello costituzionale dall’art. 34, sia a livello europeo dalla Convenzione ONU sui diritti del bambino del 1989, all’art. 28 e 29.[1]

Da entrambe le disposizioni si deduce che il diritto all’istruzione non deve limitarsi all’acquisizione di nozioni o alla mera capacità di leggere e di scrivere, ma deve mirare alla costruzione della personalità dell’individuo, alla capacità di saper comprendere e sviscerare la realtà, di sviluppare una capacità di analisi. L’incapacità di esprimersi e comunicare con gli altri porta, infatti, ad un emarginazione non solo individuale ma anche sociale, il che implica l’impossibilità di partecipare attivamente e coscientemente alla vita sociale, aprendo le porte a forme di devianze.

Il legislatore con l’ Art 731 c.p. ha sanzionato la violazione dell’obbligo d’istruzione,  anche se in modo irrisorio, prevedendo come sanzione l’applicazione di una ammenda fino a € 30. Tale norma risulta, inoltre, essere anacronistica alla luce del diritto di istruzione riconosciuto dal combinato disposto degli art. 2 e 34 della Costituzione e dalle norme della riforma Moratti, nella quale si assiste al passaggio dal concetto di obbligo scolastico, previsto dalla legislazione pre-costituzionale,  a quello di diritto-dovere di istruzione, in linea agli articoli citati.

La norma risulta essere inadeguata a contrastare il fenomeno della dispersione ed evasione scolastica, infatti, essendo collocata fra “le contravvenzioni concernenti l’attività sociale della p.a.”, tutela l’interesse statale all’istruzione dei minori, non il diritto degli stessi a ricevere un’adeguata istruzione atta a sviluppare la propria personalità.

L’ Art 731 c.p. , inoltre, ha un carattere meramente sanzionatorio, è una norma penale in bianco, cioè una norma (ritenute legittime dalla sentenza della Corte Costituzionale n.168/71) nella quali la legge sancisce la sanzione in relazione ad un precetto di carattere generico (nel caso di specie l’adempimento dell’obbligo scolastico), mentre il precetto, per così dire, specifico (nel caso in esame cosa si debba intendere per obbligo scolastico) è formulato dalla legge in modo generico, rinviando la determinazione ad altra fonte. Infatti il precetto in questione è integrato da leggi extrapenali che si sono susseguite nel tempo. Ne deriva che l’espressione “istruzione elementare” non ha carattere tassativo, in quanto è correlata alla legislazione vigente all’epoca dell’entrata in vigore del Codice Rocco[2]. Quindi la norma punisce l’inosservanza dell’obbligo scolastico sia elementare che post-elementare, infatti l’art 8 l. 31/12/1962 n° 1859[3], che istituisce l’obbligo di istruzione media, estende agli inadempimenti le sanzioni già previste per gli inadempimenti all’obbligo dell’istruzione elementare, regolato dal t.u. 5/2/1928 n° 577.

Con la legge n. 9/1999 si prevedeva l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino al quindicesimo anno di età e l’estensione dell’obbligo formativo fino al diciottesimo anno di età.

Per chi decideva di non proseguire il percorso scolastico dopo il primo anno di scuola superiore, l’assolvimento dell’obbligo veniva documentato da un certificato che attestava gli studi effettuati e le competenze acquisite.

Con il Regolamento del 27 febbraio 2000 il governo diede attuazione all’art. 68 della l. n° 144/99, che stabilisce l’obbligo per lo Stato di predisporre e garantire a tutti i cittadini fino a 18 anni percorsi di formazione alternativi a quelli di studio, che permettevano tuttavia il reingresso nella scuola senza penalizzazioni. Si introdusse, così, il nuovo ed ulteriore istituto del c.d. obbligo formativo. Ne deriva che lo Stato doveva garantire ai giovani attività finalizzate al conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale.

La legge n. 53 del 2003 (la cd. Riforma Moratti) ridefinisce, con l’art 2, comma 1 lett C., il sistema ex l. 9/99, infatti viene sancito un diverso istituto giuridico: quello del  “diritto-dovere” all’istruzione e alla formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età. Precisamente si afferma che “L’obbligo scolastico di cui all’articolo 34 della Costituzione, nonché l’obbligo formativo, introdotto dall’articolo 68 della legge 17 maggio 1999, n. 144, e successive modificazioni, sono ridefiniti ed ampliati, secondo quanto previsto dal presente articolo, come diritto all’istruzione e formazione e correlativo dovere”.

Con il d.lgs 76/05, viene data attuazione al diritto-dovere all’istruzione e alla formazione, l’art. 1, comma 6 sancisce che “La fruizione dell’offerta di istruzione e di formazione come previsto dal presente decreto costituisce per tutti ivi compresi, ai sensi dell’articolo 38 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, i minori stranieri presenti nel territorio dello Stato, oltre che un diritto soggettivo, un dovere sociale ai sensi dell’articolo 4, secondo comma, della Costituzione”.  La novità introdotta dalla riforma Moratti è aver aggiunto al concetto di obbligo scolastico, interpretato, come si dirà in seguito, come diritto all’istruzione ai sensi dell’art. 34 Cost., il concetto di dovere sociale definito dall’ art. 4 Cost. , comma secondo, come dovere che ogni cittadino ha “di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il legislatore, quindi, ridefinisce il concetto di obbligo scolastico, ampliandolo come diritto-dovere, recependo le critiche, mosse dalla dottrina, all’interpretazioni di “obbligo di istruzione” fatte negli anni 60’ dalla Consulta.

Il decreto in esame, prevede, inoltre, all’art 2, che all’attuazione del diritto-dovere concorrono gli alunni, le loro famiglie, le istituzioni scolastiche e formative, nonche’ i soggetti che assumono con il contratto di apprendistato, di cui all’articolo 48 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, ed il tutore aziendale di cui al comma 4, lettera f), del predetto articolo”; mentre all’art 5 , prevede e ribadisce la sanzionabilità del dovere di istruzione e formazione, individuando i soggetti addetti alla vigilanza sull’assolvimento del diritto-dovere e le relative sanzioni:               

  1. Responsabili dell’adempimento del dovere di istruzione e formazione sono i genitori dei minori o coloro che a qualsiasi titolo ne facciano le veci, che sono tenuti ad iscriverli alle istituzioni scolastiche o formative.
  2. Alla vigilanza sull’adempimento del dovere di istruzione e formazione, anche sulla base dei dati forniti dalle anagrafi degli studenti di cui all’articolo 3, così come previsto dal presente decreto, provvedono:
    1. il comune, ove hanno la residenza i giovani che sono soggetti al predetto dovere;
    2. il dirigente dell’istituzione scolastica o il responsabile dell’istituzione formativa presso la quale sono iscritti ovvero abbiano fatto richiesta di iscrizione gli studenti tenuti ad assolvere al predetto dovere;
    3. la provincia, attraverso i servizi per l’impiego in relazione alle funzioni di loro competenza a livello territoriale;
    4. i soggetti che assumono, con il contratto di apprendistato di cui all’articolo 48 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, i giovani tenuti all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione, nonche’ il tutore aziendale di cui al comma 4, lettera f), del predetto articolo, e i soggetti competenti allo svolgimento delle funzioni ispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro, di cui al decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124.
  3. In caso di mancato adempimento del dovere di istruzione e formazione si applicano a carico dei responsabili le sanzioni relative al mancato assolvimento dell’obbligo scolastico previsto dalle norme previgenti.

Da tale complesso normativo emergono due considerazioni: che il diritto-dovere sostituisce l’obbligo di istruzione a partire dalla prima classe della scuola primaria, e , che si sanziona un dovere meramente sociale ex art 4 della Costituzione. Sorgono, infatti, delle perplessità sul tema della sanzionabilità di un dovere meramente sociale, quale quello rinvenibile, su rinvio implicito del decreto attuativo citato, nel testo della norma costituzionale dell’art. 4. Inoltre, le norme attualmente in vigore si riferiscono al mancato adempimento dell’obbligo di istruzione per la scuola elementare, estese alla scuola media inferiore dal 1962 e non più aggiornate. Ne consegue che, volendo individuare il sistema delle sanzioni pre-vigenti all’attuale assetto normativo e rese ultrattive in quanto espressamente richiamate dal decreto in esame, occorre risalire al R.D. n. 577 del 5 febbraio 1928. L’ art. 172 del R.D. citato prevede l’assolvimento dell’obbligo scolastico, frequentando le scuole elementari (pubbliche o la scuola privata, sostenendo, nell’ ultimo caso, l’apposito esame presso la scuola pubblica). L’art. 182 del R.D. individua, quindi, i soggetti attivi e passivi e le procedure attuative del sistema sanzionatorio ivi previsto: il sindaco, l’ispettore scolastico (leggasi, ora, il dirigente scolastico), la predisposizione dell’elenco degli alunni obbligati all’istruzione elementare, per ragioni di età, con l’indicazione del centro scolastico che deve accoglierli e del nome dei genitori o di chi ne fa le veci; la verifica della tenuta e della compiutezza dell’anagrafe scolastica; l’affissione all’albo pretorio dell’elenco degli alunni obbligati. Infine, si prevede, l’eventuale ammonizione del sindaco alla persona responsabile di vigilare sull’obbligo di istruzione con conseguente irrogazione dell’ammenda prevista dall’ Art 731 c.p.. Durante l’anno scolastico, il preside e gli insegnanti di classe devono vigilare sulla frequenza dei bambini obbligati. In caso di persistenti assenze ingiustificate, spediscono avvisi individuali, per raccomandata, alle persone responsabili dell’adempimento dell’obbligo. Se l’avviso non ha efficacia, ne avvertono il sindaco entro dieci giorni, per l’applicazione della procedura già detta per i casi di evasione dell’obbligo (art. 184 del R.D. n. 577).

In ultimo è soggetto a sanzione anche il datore di lavoro che assuma alle sue dipendenze un ragazzo inadempiente all’obbligo scolastico, con un’ammenda pari al doppio di quella suindicata (art. 186 del R.D. n. 577).

Occorre analizzare, pertanto, se il mantenimento di queste procedure sanzionatorie confliggono  con l’istituto del diritto-dovere della riforma Moratti. Occorre, quindi, analizzare il concetto di obbligo ex Art 731 c.p. alla luce dei principi costituzionali.

L’art 34 della Costituzione sancisce il diritto di ognuno (“la scuola è aperta a tutti”) a ricevere un istruzione, rimuovendo ogni ostacolo di natura economica e sociale, per farsi che l’istruzione non sia un privilegio di pochi, ma un diritto di tutti. Il Costituente disponendo che “l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita” ha recepito l’istituto dell’obbligo scolastico previsto nella legislazione anteriore, che stabiliva solo un obbligo scolastico, ma non prevedeva il diritto soggettivo all’istruzione.

Alla gratuità dell’istruzione elementare e media inferiore era connessa la sua obbligatorietà, nel senso che la scuola era gratuita perché obbligatoria.

Il binomio gratuità-obbligatorietà alla luce del diritto di istruzione previsto dalla carta costituzionale crea un equivoco. Si sono sovrapposte discipline con ratio diverse, che hanno creato  problemi interpretativi.

La questione di fondo è come interpretare il principio di gratuità e quello dell’obbligatorietà.

La Corte Cost con sent. 7/67 e 106/68 identifica la scuola gratuita (e le relative agevolazioni previste dallo Stato per favorire l’adempimento del dovere ex art 31 Cost ) con quella dell’obbligo. Inoltre giustifica l’incapacità del singolo a coprire tutti i costi necessari per l’adempimento dell’obbligo in questione, nonostante le agevolazioni previste dallo Stato, affermando che l’obbligatorietà dell’istruzione “non è prevista come incondizionato comando” in quanto l’art 731 c.p., in presenza di giusti motivi, fa cessare l’illegittimità del comportamento vietato. La Corte Costituzionale cade nell’equivoco di interpretare la “gratuità” e “l’obbligatorietà” in modo congiunto, ossia l’ambito dell’obbligo viene ricavato in modo dipendente ed interconnesso con quello della gratuità dell’istruzione e viceversa. La Corte interpreta i limiti delle due categorie in riferimento ai principi sanciti dall’ordinamento precedente e non alla luce del diritto di istruzione ex art 34 Cost.

Il binomio gratuità – obbligatorietà dell’istruzione, non è presente nella nostra carta costituzionale, difatti il comma 2 dell’art citato afferma che “l’istruzione inferiore è gratuita” a differenza dell’ordinamento precedente in cui era data gratuitamente. La gratuità è, quindi, il modo in cui lo Stato interviene, nell’ambito della scuola inferiore, per rendere effettivo il diritto di istruzione; così come le borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze sono gli strumenti per attuare il diritto in questione nei gradi superiori. Ne consegue che la misura della gratuità non coincide con quella del diritto. Nell’ordinamento precedente la gratuità era un incentivo per fare adempiere l’obbligo di istruirsi, pertanto il legislatore stabiliva cosa fosse gratuito e cosa non lo fosse[4]. La Costituzione trasforma l’obbligo all’istruzione e quindi il relativo obbligo all’insegnamento in diritto soggettivo, diritto più vasto del mero insegnamento.

 La Corte Cost, invece, ha interpretato l’art 34 in base ai criteri della legislazione precedente. Partendo dall’assunto che  l’obbligo di istruzione è un obbligo “relativo”, in quanto in presenza dei giusti motivi viene meno, costruisce anche la gratuità in modo relativo.  La Consulta, con sentenza n° 7/67, identifica il termine istruzione ex art 34 Cost. con insegnamento, e sostiene, quindi, che nella scuola inferiore cioè che è gratuito è soltanto l’insegnamento. Infatti, afferma che per osservare il precetto costituzionale della gratuità dell’istruzione inferiore, è sufficiente che lo Stato si accolli i “costi del servizio di produzione”,ossia che metta a disposizione gli ambienti scolastici, il corpo insegnante e tutto ciò che è inerente agli elementi organizzativi; mentre tutto ciò che riguarda “il costo di utilizzazione del servizio”, cioè gli oneri accessori o ausiliari connessi all’istruzione,ossia le spese relative all’acquisto dei libri di testo, materiale di cancelleria, mezzi di trasporto, sono da accollare ai genitori ai sensi dell’art 30 Cost, cioè nel dovere dei genitori di istruire i figli.

L’errore della Corte Costituzionale è aver ignorato che la gratuità dell’istruzione inferiore è collegata al principio che la scuola è aperta a tutti, che è un diritto e non un obbligo.

La dottrina ha sostenuto[5] che alla luce dei principi di democrazia ed uguaglianza sanciti dalla Costituzione, il principio della gratuità dell’istruzione, già in parte presente nella legislazione pre-costituzionale, doveva essere interpretato in senso più ampio e comprendere anche i mezzi per acquisire l’istruzione. E’ stato criticato anche il modo di interpretare l’art 30 della Costituzione, in quanto l’istruzione in tal caso si riferisce a quella che la famiglia dà al suo interno, che è distinta da quella scolastica. Inoltre nel sistema pre-costituzionale l’obbligo scolastico era configurato come un obbligo derogabile stante la presenza dei giusti motivi di inadempimento. Il combinato disposto tra l’art 34, e 2 Cost. sancisce, invece, l’inderogabilità dei doveri costituzionali, pertanto, sarebbero incostituzionali le leggi che non consentono un effettiva attuazione del diritto o “ogni legge di attuazione del dovere che ne consenta un’elusione” [6].

Premesso che, anche dopo la l. n° 689/81 (legge sulla depenalizzazione),  l’inosservanza dell’obbligo in oggetto è assistita da sanzione penale[7], il reato in questione si consuma nel momento in cui il minore abbia raggiunto  il 6° anno di età e il titolare dell’obbligo scolastico ex Art 731 c.p. non abbia avviato il minore all’istruzione scolastica (o l’abbia impartita lui stesso se ne ha la capacità) o quando anche avendolo avviato, non esistono giusti motivi che giustificano l’inosservanza dell’obbligo di istruzione. La permanenza del reato può farsi cessare solo con l’adempimento dell’obbligo.

I soggetti attivi del reato sono, quindi, i genitori (anche il coniuge divorziato non affidatario del minore), tutori, i direttori di istituti di ricovero e coloro a cui il minore è affidato per ragioni di cura, educazione, custodia o istruzione.

Siamo in presenza, pertanto, di un diritto-dovere: il minore è al contempo titolare del diritto soggettivo di istruzione e titolare dell’ ”obbligo scolastico”. La legge, per garantire l’osservanza di tale obbligo da parte dei minori, istituisce una responsabilità circa l’adempimento a carico di genitori e di chiunque ne faccia le veci.

Siamo in presenza, quindi, di due rapporti obbligatori condizionati reciprocamente: il minore che riceve l’istruzione e quelle delle persone che esercitano su di lui autorità. Il fanciullo obbligato è passibile di responsabilità di carattere disciplinare; d’altro lato il genitore o chi ne fa le veci può essere chiamato a rispondere penalmente solo della propria condotta (ai sensi dell’art 27 Cost.). Ne consegue che l’inadempimento da parte del minore, se dipende da fatto a lui esclusivamente imputabile, non comporta la responsabilità dell’adulto che abbia osservato i propri doveri e viceversa[8].

Il dovere di tali soggetti, però, è un dovere “derogabile” in presenza di giusti motivi,  il comportamento illecito viene sanato. Come sostenuto in dottrina[9], se i giusti motivi vengono ancorati a criteri giuridici, l’ Art 731 c.p. sarebbe pleonastico, in quanto coinciderebbe con la scriminante dello stato di necessità ex art 54 c.p.; se invece vengono ancorati a criteri socio-ambientali, l’art 731 c.p. permetterebbe delle deroghe che risulterebbero incompatibili con i diritti e, quindi ad essi collegati i doveri, inderogabili ex art 2 Cost, in cui rientra anche il diritto di istruzione. Ne consegue, essendo l’ Art 731 c.p. un norma meramente sanzionatoria, un interpretazione estensiva del termine “giusto motivo” vanificherebbe l’obbligo sanzionato.Ne consegue la necessità di interpretare in senso restrittivo il concetto di “giusto motivo” per evitare l’elusione di un diritto-dovere inderogabile come quello dell’istruzione. Pertanto sia la dottrina[10] che la giurisprudenza hanno individuato una serie di ipotesi da ricondurre ai “giusti motivi”, ossia le cause che rendono inattuabile la volontà delle persone responsabili ex Art 731 c.p. di conformarsi ai doveri imposti dalla legge. Possono ritenersi, pertanto, giusti motivi: una notevole e disagiata distanza fra la scuola e l’abitazione dell’alunno, se mancano mezzi pubblici di trasporto e le condizioni economiche dell’obbligato non consentano l’utilizzazione di un mezzo privato; lo stato di salute dell’alunno o la sua incapacità fisica o psichica di essere assoggettato all’istruzione; la volontà del minore, se si tratta di un rifiuto categorico, assoluto, cosciente e categorico, e se il rifiuto permane dopo che i genitori hanno adoperato ogni argomento persuasivo e si sono rivolti ai servizi sociali[11]; la mancanza di scuole, non classificate o sussidiate, sul posto o in luogo che si trovi in un raggio di percorso che consenta la possibilità di frequenza a norma dell’art. 101 del regolamento 26/4/1928 n° 1297; la mancanza assoluta di insegnanti; l’inidoneità assoluta dei locali destinati a scuola, tali da poter influire negativamente anche sulla salute dei fanciulli e simili circostanze. Non può considerarsi, invece, giusto motivo la protesta o la reazione ad un provvedimento legittimo dell’autorità che abbia disposto il trasferimento di una scuola, onde costringere l’autorità medesima a revocarlo, e nemmeno la protesta contro le continue assenze dei docenti[12].

Conclusioni

Il legislatore, da un lato, ha sancito l’obbligatorietà dell’istruzione inferiore, garantendo al minore la frequenza di un certo numero di anni, evitando che incurie familiari o bisogni economici spingano le stesse a espropriare il minore del suo diritto di istruzione; dall’altro lato,  ha previsto i giusti motivi e una sanzione semplicemente contravvenzionale. Per non vanificare il diritto in oggetto, sarebbe opportuno o inasprire le sanzioni previste, o, come deterrente,  derubricare la norma, collocandola  in altra parte del codice stesso.

La nuova riforma della scuola accoglie, però, le critiche mosse dalla dottrina alle sentenze della Corte Costituzionale degli anni 60, in quanto si è passati da un mero obbligo scolastico al diritto-dovere d’istruzione, riconoscendo, pertanto, ai fanciulli un diritto soggettivo, che trova la sua tutela negli art. 2 e 34 della Costituzione.

La duplice definizione (diritto-dovere) comporta in sé una contraddizione, lessicale e concettuale, tra i due termini: lo stesso testo nell’articolo 1 della d.lgs citato si sofferma inizialmente sul solo concetto di diritto e introduce quello di dovere solo successivamente, collegandolo peraltro alla definizione di “dovere sociale” ex, comma 2, art 4 Cost., che in quanto principio generale, contenuto nella prima parte della Costituzione, poco o nulla ha a che vedere con quello di dovere giuridicamente sanzionabile.

Ne consegue che il dovere sociale serve semplicemente a rafforzare il diritto, ma non è soggetto a sanzione.

Il riferimento all’art. citato deve essere interpretato come una norma che faccia semplicemente porre l’attenzione dei genitori ed dei minori sull’importanza della formazione ed istruzione, intesa non come interesse statale all’istruzione dei minori   ( ratio dell’ Art 731 c.p. ), ma come diritto degli stessi. Il diritto soggettivo in esame viene, quindi, rafforzato dalla correlazione col dovere sociale di fruire dell’offerta sociale d’ istruzione e formazione. Pertanto la riconduzione del diritto-dovere nell’art. 4 della Costituzione, incornicia l’ offerta di un fare col dovere di fruire, che si addice ad una visione partecipativa degli alunni e delle loro famiglie allo specifico servizio sociale reso dalle scuole e/o dai centri formativi. Gli alunni e famiglie hanno l’ impegno morale a considerare scuola e formazione occasioni offerte dalla società per la partecipazione attiva all’ educazione dei giovani.

Se si desse una interpretazione diversa del concetto di diritto-dovere si giungerebbe a considerare la riforma in questione incostituzionale, in quanto l’obbligo scolastico è previsto dall’art. 34 della Costituzione, e perché possa essere modificato occorre una legge di pari grado, cioè una norma costituzionale. Non sarebbe sufficiente il postulato della ridefinizione ed ampliamento dell’obbligo per tramutare l’obbligo costituzionale in diritto-dovere.

 


[1] L’art 34 della Costituzione sancisce che : “La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi,  hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi “
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Dall’altro lato la Convenzione ONU stabilisce all’:

“Articolo 28

1. Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, e in particolare, al

fine di garantire l’esercizio di tale diritto in misura sempre maggiore e in base

all’uguaglianza delle possibilità:

a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti;

b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento secondario sia

generale che professionale, che saranno aperte e accessibili a ogni fanciullo, e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;

c) garantiscono a tutti l’accesso all’insegnamento superiore con ogni mezzo

appropriato, in funzione delle capacità di ognuno;

d) fanno in modo che l’informazione e l’orientamento scolastico e professionale

siano aperte e accessibili a ogni fanciullo;

e) adottano misure per promuovere la regolarità della frequenza scolastica e la

diminuzione del tasso di abbandono della scuola.

2. Gli Stati parti adottano ogni adeguato provvedimento per vigilare affinché la

disciplina scolastica sia applicata in maniera compatibile con la dignità del fanciullo in quanto essere umano e in conformità con la presente Convenzione.

3. Gli Stati parti favoriscono e incoraggiano la cooperazione internazionale nel

settore dell’educazione, in vista soprattutto di contribuire a eliminare l’ignoranza e

l’analfabetismo nel mondo e facilitare l’accesso alle conoscenze scientifiche e tecniche e ai metodi di insegnamento moderni. A tal fine, si tiene conto in particolare delle necessità dei paesi in via di sviluppo.

Articolo 29

1. Gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità:

a) favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue

facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità;

b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;

c) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua

lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua;

d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società

libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona;

e) sviluppare nel fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale.

2. Nessuna disposizione del presente articolo o dell’art.28 sarà interpretata in

maniera da nuocere alla libertà delle persone fisiche o morali di creare e di dirigere

istituzioni didattiche, a condizione che i principi enunciati al paragrafo 1 del presente

articolo siano rispettati e che l’educazione impartita in tali istituzioni sia conforme alle norme minime prescritte dallo Stato.”

 

[2] in tal senso Cass.358/89

[3] L 31.12.1962, n.1859, art. 8 – Adempimento dell’obbligo – “I genitori dell’obbligato o chiunque ne faccia le veci rispondono dell’adempimento dell’obbligo. Essi possono curare per proprio conto l’istruzione dell’obbligato, purche’ dimostrino la capacita’ di provvedervi e ne diano comunicazione, anno per anno, alla competente autorita’ scolastica.
Ha adempiuto all’obbligo scolastico l’alunno che abbia conseguito il diploma di licenza della scuola media; chi non l’abbia conseguito e’ prosciolto dall’obbligo, se, al compimento del quindicesimo anno di eta’, dimostri di avere osservato per almeno otto anni le norme sull’obbligo scolastico. In caso di inadempienza si applicano le sanzioni previste dalle vigenti disposizioni per gli inadempienti all’obbligo dell’istruzione elementare.”

[4] In tal senso Pototschnig, op.cit

[5] In tal senso Pototschnig, Enciclopedia del diritto XIII, 1973

[6] In tal senso Alberto Mura, Enciclopedia giuridica Treccani XXI, 1990

[7]  In tal senso Cassazione sez. 6 sent. N° 8425/89

[8] Lombardi, G.M., Contributo allo studio dei doveri costituzionali, Milano 1967

[9] In tal senso G.Lombardi, Giustizia Italiana 1967

[10] Manzini, Trattato di diritto penale italiano,vol IX, parte seconda, Torino, 1939, pag.904-905

[11] Cass.sent n° 32539/2006

[12] C.23.4.1971, Nicolini, CED 119179, GP 1972, II, 385; Cass sez VI sent 280/71; Cass. Sent n° 2198/70;

 

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