• ufficio stampa

Le ragioni per cui questa onlus è nata, vale a dire la preoccupazione per le fasce delle popolazione più a rischio nei periodi di crisi, minori, donne ed immigrati, hanno trovato conferma nei fatti.

Da subito registriamo e denunciamo una sensibile crescita del tasso di povertà nazionale minorile soprattutto nel meridione (già nel 2008 raggiungiamo il 25%) con conseguente aumento della dispersione scolastica e della devianza. L’aumento di abusi e soprusi anche a sfondo sessuale è cronaca di oggi. Su questo si è andato innescando il dramma dei minori non accompagnati. Nuove Frontiere onlus ha da sempre ritenuto la strada di una profonda riforma delle adozioni e dell’affidamento, capace di sbloccare quelle nazionali, come una delle vie maestre per contenere un fenomeno che va di anno in anno aggravandosi. Ci sembra francamente assurdo che a fronte di un “disagio” minorile di oltre mezzo milione non se ne riescano a trovare settemila (questo è il numero medio delle richieste di adozione l’anno) da poter dare in adozione.

Non parliamo poi della condizione femminile che vede un peggioramento costante ormai da un paio di decenni sia per quel che concerne le opportunità di lavoro e di carriera ma anche di violenza ed abusi. Noi come onlus abbiamo da sempre denunciato la mancata applicazione della legge 194 sull’aborto come una sottrazione alla donna del diritto di scelta accompagnato da una sistematica disinformazione relativa al trauma post aborto. Da subito nel 2006 facemmo un censimento fra mille donne che avevano vissuta l’esperienza abortiva, ebbene l’86% dichiarò che non l’avrebbe fatto se non si fosse trovata in condizioni meno drammatiche. Noi crediamo che su tutto questo ci siano delle precise responsabilità “politiche”.

Non meno drammatica la situazione del fenomeno migratorio su entrambi i versanti: quello dei nuovi arrivati lasciati letteralmente a loro stessi e alla buona volontà di qualche ente no profit di matrice religiosa o non, sia per i nostri connazionali che devono convivere con un’umanità disperata che vive per forza di cose di espedienti se non di vera e propria illegalità. Non possiamo non considerare un dato di fatto: la popolazione carceraria che oggi trabocca è di provenienza estera. Questo non tanto per colpa loro ma per una scellerata politica dell’immigrazione ed un’altrettanto inesistente politica di integrazione. Anche su questo tre sono le linee a nostro avviso da adottare immediatamente:

  1. Politiche di integrazione che passano attraverso l’eliminazione del reato di clandestinità, di per sé pericoloso e dannoso per arrivare al diritto di cittadinanza per quanti, figli di stranieri, siano nati qui, dal contrasto all’ingrandimento ulteriore di quartieri etnici all’incentivazione dei mediatori culturali
  2. Contrastare, in maniera anche dura se necessario, il fenomeno immigratorio (bene diceva a nostro avviso l’ex ministro Roberto Maroni relativamente all’istituzione dell’embargo in uscita coadiuvati dall’Europa e rendere più dure le  condizioni per la richiesta di ricongiungimento o di ingresso familiare che sono a dir poco blande, rivedere il Trattato di Schengen che a nostro avviso doveva essere attuato come una road map, quindi per tappe, soprattutto per quei Paesi che uscivano da un settantennio di regime comunista)
  3. Ripresa della cooperazione, soprattutto nei Paesi del Magreb, volta a creare forme di sviluppo locale e quindi a disincentivare il fenomeno migratorio.

La strada in grado di conciliare democrazia e diritti umani da una parte, rapidità ed efficacia decisionale e sicurezza dall’altra è ancora tutta da tracciare ed è la scommessa che l’occidente si trova davanti e deve vincere se non vuole essere spazzato via da chi sa che la storia appartiene a coloro che hanno la capacità di “memorarsi”.

La stagione del “non proibire per non agire” è finita se non si vuol vedere la fine di questo Paese.

“Non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

Sembra quasi che Seneca abbia detto questa frase in vista di questa fase storica. Nessuno che abbia le idee chiare sul da farsi: non ce l’hanno gli Stati Uniti che vede la propria leadership ormai al tramonto certa che sia sempre e soltanto l’economia a darla; non ce l’ha l’Europa ritornata prepotentemente, una volta crollato lo stato di necessità assieme al muro di Berlino, all’interesse peculiare e per nulla consapevole della sua responsabilità e del suo ruolo nel contesto delle nazioni; non ce l’hanno le Nazioni Unite ostaggio degli interessi delle grandi potenze ed incapace non dico di imporre ma almeno di segnare una exit strategy per l’umanità; non ce l’ha infine l’Italia da sempre indecisa sul ruolo da assumere: se quello di media potenza capace di svolgere un ruolo nel Mediterraneo oppure di un’entità liquida o meglio liquefatta nel contesto europeo nonostante sia oramai evidente a tutti che la crisi dell’Unione Europea sia anche dovuta all’assenza dell’Italia. In questa incapacità di disegnare un futuro diverso è normale rivedere un ritorno a stolti nazionalismi o al desiderio revanchista di rivedere una grand’ere vuoi della Francia, vuoi della Russia o della Germania.

Forse l’unica che fa eccezione è la Chiesa la cui principale preoccupazione è quella di salvare più anime possibili e per questo poco attenta a immischiarsi a realtà complesse come quelle delle organizzazioni internazionali.

Ora per tornare a noi possiamo solo constatare che la politica finora perpretata è volta ad incrementare un inevitabile processo di deindustrializzazione e di costante e continua marginalizzazione dal consesso internazionale. Fatto salvo qualche velleitario tentativo ora da una parte ora dall’altra è completamente mancato un disegno condiviso di futuro per questo Paese. Come uscirne attraverso due semplici fasi:

  • Cambiamento sostanziale della leadership dei vari partiti, e non dei loro nomi, attraverso meccanismi certi di democrazia interna (altro che cambiamento della legge elettorale):
  • Fatto questo mettersi attorno ad un tavolo e confrontarsi su prospettive e progetti (altro che nuova costituente)

Una mission che va semmai ampliata

Parlare di Europa e di condizione minorile è la stessa cosa

Un’Europa che non riconosca nella cristianità la radice del suo essere e divenire nasce già morta

Bontà e buonismo

La necessità impellente di una collaborazione fra gli uomini di buona volontà

Lo scandalo non sono gli emolumenti ma ciò che hanno e non hanno fatto

Noi al contrario dell’opinione maggioritaria, non facciamo della classe politica ogni erba un fascio, né riteniamo che lo scandalo sia negli emolumenti fin qui percepiti bensì che non siano stati capaci di esprimere un progetto per il Paese per cui anche nell’ambito legislativo possiamo trovare un po’ in tutti i campi, tutto ed il contrario di tutto.

Una classe dirigente che ha deciso di non scegliere perché senza scelta non c’è responsabilità e senza responsabilità non c’è rischio, non c’è la possibilità di andare incontro a qualche danno. Così facendo, quasi sempre, per non dire sempre, hanno di fatto svenduto il futuro di questo Paese anche in sedi internazionali come Bruxelles.

Se il nostro Paese sembra non avere né capo né coda, un’idea chiara su quali assett ed eccellenze puntare e su quali no è perché, a nostro avviso, le varie leadership di partito anziché inseguire il bene comune e su questo confrontarsi e condividere, hanno preferito compiacere le loro lobby di riferimento.

Ancora qui, parlare di tutto ciò piuttosto che di condizione giovanile, della famiglia, del lavoro ecc.. è la stessa identica cosa.

Oggi ci ritroviamo non solo con un’Italia, ma anche e forse soprattutto con un’Europa allo sbando, perché si è costruito sulla sabbia e non sulla roccia.

O adesso o sarà troppo tardi

L’italianità è una ricchezza ed una chance per la comunità internazionale

Agli Stati Uniti la leaderschip.

Leave a Comment